Back to Top

Intervista a Davide Bertuccio, Vincitore Premio Canon Giovani Fotografi

Fin dalla sua prima edizione del 1998, il Premio Canon Giovani Fotografi si è distinto per aver offerto una grande opportunità di crescita per i giovani. Canon da sempre si impegna a sostenere le nuove generazioni che vedono nell’immagine il proprio mezzo espressivo preferito. L’universalità del linguaggio visivo è infatti in grado di raccontare storie e trasmettere emozioni senza limiti, grazie alla sua capacità di superare ogni barriera sociale, linguistica e culturale. 

Nelle ultime tre edizioni in particolare, Canon ha rafforzato ulteriormente il suo impegno nella promozione dei giovani talenti, introducendo tra i riconoscimenti iniziative di visibilità e di contatto con esperti nazionali e internazionali. 

Questo ha stimolato sempre nuove iscrizioni, allegate di testimonianze e storie contemporanee, che vengono rappresentate con passione e talento. Attraverso il linguaggio della fotografia, viene spiegata in maniera originale la complessità della condizione umana.

Con circa 800 iscritti in più rispetto al 2019, per un totale oltre 1800 adesioni, l’edizione di quest’anno ha davvero riscosso un successo senza precedenti. Il Premio si è riconfermato un evento molto desiderato, all’interno dell’altrettanto atteso Cortona On The Move, a cui ho avuto il piacere di partecipare come ospite Canon. Ve ne ho parlato in questo articolo.

I racconti fotografici che si sono posizionati sul podio, scelti liberamente dagli autori, sono stati poi esposti in una mostra a loro dedicata, inclusa nel prestigioso programma di mostre del festival di visual narrative di Cortona.

Ho avuto il piacere di scambiare quattro chicchere con il primo classificato, che mi ha parlato dell’esistenza solitaria di un noto uomo di spettacolo e circense, resa ancora più fragile dall’arrivo del Covid-19.

Intervista a Davide Bertuccio

“La tua storia racconta di Claudio Madia, il noto conduttore televisivo de “L’Albero Azzurro”, uno dei programmi per bambini più celebri dell’epoca durante gli anni ’90. Come sei venuto in contatto con lui?”

Per puro caso. In realtà, il tema non mi era nuovo: stavo lavorando per un progetto legato alla tematica del circo da svolgere però fuori Italia ad aprile, che con il lockdown inevitabilmente poi è saltato.

In seguito ad una segnalazione, ho scoperto la presenza di un circo in casa, chiamato Circincà, a Milano. Stupito all’idea dell’esistenza di questa realtà in città, sono andato a scoprire cosa si celava dietro questo luogo. “Io ci devo fare una storia, è qualcosa da raccontare”, mi sono detto. Ancora non avevo idea di chi a lì a poco avrei incontrato.

“Perché hai deciso di raccontare proprio la sua realtà? Cosa ti ha catturato maggiormente del suo essere?”

Claudio Madia mi ha fin da subito affascinato come personaggio per la sua storia, perché non si è mai dato per vinto. Nulla ha mai fermato i suoi sogni. Niente lo ha mai fermato in generale, perché lui stesso si è sempre dato da fare.

Nella sua vita, dopo l’iniziale successo conseguente al programma “L’Albero Azzurro” si è dovuto sempre e continuamente reinventare.
È passato dall’essere girovago, mozzo, grafico e trampoliere, ad acrobata per il Teatro alla Scala, per poi diventare scrittore di sette libri per l’infanzia e fondatore della Piccola Scuola di Circo a Milano.

Diverse vicende private lo hanno fortemente colpito, lasciandolo poi solo e con una casa, che non sapeva bene come impiegare. Fino a quando gli venne l’idea di crearsi proprio lì il suo universo, un circo in casa.

Mi sembrava un messaggio incredibile da trasmettere, la resilienza. Un sentimento positivo, interessante da rappresentare anche dal punto di vista visivo.

Dichiarato però lo stato di emergenza per pandemia, il Circincà e il suo ciclo di spettacoli, disegnati da Claudio e altri suoi amici per il pubblico, si son dovuti fermare dopo 7 mesi di attività.

“Come hai deciso di rappresentarlo e qual è stata la sfida maggiore di questo lavoro?”

Ho voluto fotografarlo per lo più all’interno di casa sua. Penso sia il luogo migliore per rappresentare e raccontare il vero io delle persone, in particolare per quanto riguarda il suo strano percorso.

La difficoltà maggiore è stata senz’altro quella di pensare e scrivere un racconto dove il soggetto era uno solo. Scegliere la via dei ritratti mi sembrava banale e statica, e all’inizio non avevo idea di come conferire movimento alle scene per renderle più dinamiche.

Solitamente quando affronto un lavoro, studio molto e arrivo già con una pre-produzione mentale da seguire. Devo avere la scena sotto controllo e sapere cosa mi potrebbe aspettare. Credo fortemente che se una foto funziona, questa non sia capitata a caso.

Questa volta però non ci sono riuscito e ho dovuto seguire Claudio e il mio istinto. Il lavoro era fondamentalmente molto diverso da quello a cui ero abituato. Mi son trovato ad avere un diverso livello emotivo e di coinvolgimento, dato dal rapporto instaurato col soggetto (che nella sua geniale eccentricità, non rendeva possibile probabilmente un lavoro troppo organizzato e sistematico).

È anche la prima volta che affronto un lavoro nel formato quadrato, una duplice sfida.

“Che cosa ti ha trasmesso la sua persona in questo periodo?”

Ringrazierò sempre Claudio: è riuscito a darmi un esempio fortissimo in un momento per me terribile. Di fatto mi sono trovato solo a Milano, isolato per tre mesi da famiglia e amici a causa del lockdown. E non vivevo bene la situazione, essendo abituato a essere sempre in compagnia e a incontrare molte persone ogni giorno.

Vedere che lui senza soldi, senza un lavoro, ma soprattutto senza il suo amato pubblico, non si dava per vinto è stato un insegnamento di vita.

“Hai deciso di intitolare il progetto “Il silenzioso battito delle loro mani”. Come ti è venuto in mente questo titolo?”

Ho voluto raccontare la storia di una vita ambientata ai giorni nostri, segnata dal passare del tempo e dalle esperienze di un individuo nel quale ognuno di noi ci si potrebbe immedesimare.

L’unica cosa che lo discosta da altri è che Claudio, uomo di spettacolo e circense, per vivere e sopravvivere necessita di applausi, che nel periodo di lockdown si sono bruscamente zittiti.

Il titolo mi è venuto in mente grazie ad una scena che ho registrato con gli occhi.

Alla fine di uno spettacolo messo in scena unicamente per gli innumerevoli ospiti dipinti sulla parete, con ironia Claudio ha fatto un inchino verso un pubblico disegnato, il quale, nonostante esibisse incessantemente sorrisi, non ha emesso nessun suono.

Solo silenzio. È stata una immagine forte, piena di poesia.

Vuoi saperne di più sul lavoro svolto a questo evento? Contattami utilizzando la form in questa pagina.

Leggi le altre mie esperienze!

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this